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I faggi, energia vitale del bosco

Per un’esperienza immersiva, noi consigliamo di percorrere il Bosco del sorriso

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* Rubrica a cura di Alessandro Mesini, esperto del verde (5)

Rudyard Kipling nel descrivere l’arrivo della primavera nella giungla faceva sì che un brivido percorresse ogni singola foglia fino ad esplodere in un tripudio di luce, di vita e di energia. Lo stesso brivido capace di trascinare il lettore in un mondo lontano.

Non troppo però se si ha l’intenzione di porsi in ascolto nelle foreste delle nostre montagne. La primavera qui è un fremito e nessun albero è in grado di rappresentarla meglio del faggio. E non solo perché il faggio è potenza ma perché, dono raro, e segreto della vera grandezza, sa dosare la forza e costruirla nel tempo. Cresce lentamente ma ponendo già davanti a sé un traguardo che non si misura né in anni, né in decenni.

Il faggio ogni primavera rinnova il miracolo della vita e dalle gemme lunghe che già prima dell’inverno sembravano essere piene, protette da squame disposte a corazza, libera foglie sottili, ripiegate nel poco spazio a disposizione come fossero un ventaglio. Il margine è cigliato, la trama sottile, tanto che la luce vi passa attraverso, verde come la più tenera delle erbe del prato. Nulla fa presagire che diverranno l’elemento robusto, quasi coriaceo, ripetuto infinite volte fino a diventare il tetto verde sotto di cui il bosco vive. E come ogni meraviglia dura soltanto il tempo breve del debutto della primavera, di quel magico momento che è il cambiamento. Seguirà una fioritura discreta che solo chi frequenta i boschi ha imparato a conoscere.

Le infiorescenze maschili sembrano leggeri piumini per via dei lunghi stami. Il nome, Fagus silvatica, trova riscontro in tutte le possibili traduzioni del termine “silvatica”. Ci fa ben capire che questa è una pianta “da bosco” che cresce isolata solo in condizioni eccezionali dati da un taglio dell’intorno o da una particolare conformazione del terreno, è una pianta “da legno” perché da sempre serve per la produzione del carbone che ha consentito di riscaldare i centri abitati lontani, per la legna da stufa, per le costruzioni, per i mobili, i gioghi, e tutti gli oggetti lavorabili al tornio, è una pianta “selvatica” perché non si semina, non si addomestica, non cresce vicino casa, ma siamo noi che, zaino in spalla, buone scarpe ai piedi, dobbiamo andare ad incontrarlo.

Lo chiamano “l’albero con gli occhi” per le rughe che si formano sulla corteccia, che Tiziano Terzani usava per spiegare al nipote la presenza di un’anima e di una forza vitale in ogni essere naturale. In una faggeta si ha l’impressione di camminare lungo le navate di una cattedrale; si respira un’atmosfera ordinata, magica, rispettosa, solenne. Il silenzio è quasi d’obbligo.

Per un’esperienza immersiva, noi consigliamo di percorrere il Bosco del sorriso, con partenza da Bocchetto Sessera, un sentiero facile lungo – a scelta - tra i 5 e i 10 km ad anello con un dislivello minimo. 

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