• Categorie

IL BOSCO DI FEBBRAIO

Quando la neve si ritira e l’inverno lentamente lascia spazio alla primavera

  • condividi su:
  • twitter

A cura di Alessandro Mesini

Il bosco di febbraio è una soglia luminosa, uno spazio sospeso in cui ciascuno di noi diventa esploratore, guidato dal silenzio e dalla promessa di ciò che sta per accadere. Ogni passo è un invito alla scoperta, ogni dettaglio una rivelazione.

Anche i sentieri più familiari, quando la neve si ritira, si offrono con una nuova intensità: emergono trame segrete, sfumature sottili, profondità inattese, giochi di luce che l’occhio, finalmente libero, può indugiare a contemplare. È il tempo prezioso in cui il bosco si lascia leggere con chiarezza, prima che il rigoglio della vegetazione ne custodisca i particolari sotto il suo manto verde.

Sanno ancora d’inverno i licheni, i muschi, le cortecce degli alberi, le foglie non decomposte, il sentore umido della terra, ma è verso la ripresa della vita che siamo maggiormente attratti. Farfara, farfaraccio e primule sono gli araldi di una primavera che incombe. La farfara, Tussilago farfara, meglio nota come Tussilagine comune, è pianta perenne, alta da 5 a 20 cm, che secondo l’esposizione e la copertura del suolo da parte del manto nevoso o dalla morsa del ghiaccio fiorisce fino ad aprile. Occupa la fascia collinare, subalpina e alpina, radicando in terreni freschi, umidi, a reazione alcalina o ricchi di calcio, ghiaioni, gole e terreni fortemente scoscesi.

I fiori, in forma di classica margherita, si formano prima della formazione delle foglie tanto che spesso non si riesce a ricostituire un legame fra i due elementi.

Le foglie basali sono cuoriformi o rotondeggianti, quelle lungo lo stelo piccole e lanceolate. Le foglie basali dopo la fioritura sviluppano una tomentosità biancastra, quasi ragnatelosa, che rende la pianta riconoscibile anche senza fiori. Il margine sinuoso è finemente seghettato. Col tempo formano piccole colonie raccolte.

I farfaracci sono molto più grandi con infiorescenze di forma globosa portate da uno stelo robusto, facilmente riconoscibili una volta che si sono incontrati. Fecondati dalle api si trasformeranno in frutti pelosi che saranno diffusi dal vento. Le foglie diventano evidenti e crescono solo dopo la fioritura. Sono grandi ed è proprio alla loro particolare ampiezza che si deve il nome, deriva, infatti, dal greco “Petàsos”, un cappello a falde larghe usato dagli antichi per coprirsi la testa e ripararsi dalla pioggia. Sono piante erbacee e perenni dotate di un forte rizoma tuberoso strisciante. Li troviamo dove l’acqua non manca e tutto l’anno resta un buon grado di umidità del suolo.

Nel bosco di febbraio tutto è promessa: basta saper rallentare, osservare, lasciarsi sorprendere.

Vuoi saperne di più?