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Il Bosco di Settembre

Tra l'attesa dell'autunno e i tesori nascosti del sottobosco

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A cura di Alessandro Mesini (ig: @alex.mesini)

Il bosco di settembre vive nell’attesa del cambio di stagione. La pioggia o la sua mancanza sono determinanti per quella che è la nostra percezione. L’aridità sembra immobilizzare la vegetazione in una stasi apparente dove mancano perfino i rumori: in questo silenzio, un refolo di vento che muove una fronda attira la nostra attenzione ben più del solito, proprio perché nulla sembra accadere. Camminare sul terreno in forte pendenza diventa difficile per via del tappeto di foglie secche non ancora decomposte, che rende la presa degli scarponi malsicura. I funghi sono pochi, i ricci delle castagne non ingrossano e le ghiande iniziano a cadere anzitempo nelle giornate di vento: piccole, con “cappelli” sovradimensionati, quasi incompiute.

L’acqua, invece, cambia tutto. Quando cade a più riprese ammorbidisce il terreno, inzuppa i tronchi e i rami morti a terra, ridà vita e colore ai muschi e satura l’aria del bosco. L'atmosfera si fa densa di profumi, con l'inconfondibile sapore di terra e sfatticcio di foglie che fa presagire i futuri raccolti di funghi e frutti autunnali. È adesso, dopo un’intera giornata di pioggia, il momento ideale per addentrarsi nella vegetazione, scoprire che l’umidità crea una delicata bruma e che gli animali tornano a essere più attivi. È ancora solo un accenno, ma il sapore dell’autunno — e forse ancor di più il suo desiderio — è lì ad attenderci.

Nel bosco di settembre andiamo alla ricerca dei frutti cui nessuno presta attenzione. Le iris selvatiche (Chamaeiris foetidissima), lungo i sentieri più freschi e in macchie diffuse in modo puntiforme, formano cespi pieni e folti che si mostreranno nei prossimi mesi incuranti del gelo e del maltempo. La loro fioritura primaverile, caratterizzata da colori tenui tra il viola e il camoscio che quasi scompaiono nella massa di foglie sempreverdi, è stata vista da pochi. Adesso, invece, si riconoscono subito per il colore squillante dei semi — un rosso-arancione luminoso — che si rivela quando le capsule triloculari si aprono.

Pianta di origine mediterranea, con la capacità di spingersi anche all’interno fino a coprire le zone viticole (e con un areale in estensione a causa del cambiamento climatico), si spinge fino a 1.400 metri di quota. Ogni anno dal fusto sotterraneo emette nuove radici e nuovi ciuffi di foglie basali, affastellate una nell’altra. Molto resistente e priva di parassiti, oltre a non essere brucata dai cervidi, ha foglie dalla forma tipica del genere, ma meno rigide rispetto alle iris coltivate in giardino dal colore marcatamente scuro e lucido. Raggruppate in cespi alti tra i 20 e i 40 centimetri, queste piante rilasciano un aroma caratteristico: il nome foetidissima è dovuto infatti all’odore intenso che la pianta emana quando se ne rompe una foglia.

Piccola, discreta, quasi nascosta, la pianta nota come Sigillo di Salomone (Polygonatum) non è facile da scoprire: si può arrivarvi ad un passo senza nemmeno notarla. Al margine o all’interno dei boschi di faggi, predilige un terreno ricco di sostanza organica derivata dal progressivo disfacimento delle foglie cadute, ma con una buona matrice argillosa. Queste piante crescono all’ombra, talvolta completamente nascoste dal fitto sottobosco o dagli estesi prati di alte felci aquiline, ma sempre in luoghi ben esposti, mai freddi e dalle temperature temperate.

Il Sigillo di Salomone inizia a vegetare tardi, a metà primavera, in montagna, in annate fredde, anche ad inizio maggio. Dai rizomi si formano gli steli arcuati che porteranno prima i fiori e poi le bacche di colore blu scuro che adesso sono evidenti. Le bacche raggiungono il pieno colore solo a fine estate. Molte piante saranno spogliate dagli uccelli che se ne cibano provvedendo alla diffusione della specie nei terreni circostanti. In autunno, prima di seccare, l’intera pianta si tinge di un colore giallo oro luminoso.


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