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Cielo d'estate: cosa guardare, come cercare

Il direttore scientifico del Planetario di Milano, Fabio Peri, spiega come "leggere" il firmamento nel periodo estivo

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Fabio Peri, direttore scientifico del Planetario di Milano, ha fra le sue grandi doti quella di saper raccontare: un formidabile scienziato, ma anche uno storyteller, affascinato a tal punto dalla sua materia da contagiare anche chi lo ascolta parlarne. Il 10 agosto sarà protagonista di un incontro dal titolo Caccia alle stelle, alle 21 al Palasport di Bielmonte, seguito dall’osservazione del cielo, dalle 22 in poi, grazie ai telescopi messi a disposizione dalla U.B.A. (Unione Biellese Astrofili).

Direttore, cosa ci riserva in questo periodo il firmamento?

Protagonista è la luna, anche per evidenti ragioni storiche. Il 15 agosto sarà piena: la luna è facile da individuare in cielo, è la prima cosa che i bambini riescono a riconoscere. Oggi, che ricorrono i cinquant’anni dallo sbarco dell’uomo sulla luna, è ancora più bello guardarla e pensare che cinque decenni fa qualcuno ci ha messo piede. Magari stai guardando proprio il posto esatto in cui è atterrato. Quest’anno abbiamo poi la fortuna di avere due pianeti, Giove e Saturno, molto ben visibili. Quindi parliamo di tre oggetti del sistema solare, oltre ovviamente alle stelle. Se si è fortunati, si riuscirà a vedere qualche stella cadente. L’incontro a Bielmonte si tiene nel periodo delle stelle cadenti, che dura almeno una settimana.

Cosa sono le stelle cadenti?

Nell’immaginario sono ovviamente delle piccole comete, ma già Dante faceva notare che nessuna stella perde il suo posto. Quindi… cosa sono le stelle cadenti? Sono oggetti. È poco poetica come immagine, ma sono piccoli granellini di polvere grandi un millimetro o poco più, residui di una cometa che posseggono tutta la sua storia. Una cometa ha lasciato nella sua orbita queste particelle: quando la terra ci passa attraverso, le particelle, a contatto con l’aria, la rendono incandescente, creando così il fenomeno luminoso della stella cadente. Lei è “evaporata”, ma scaldando l’aria si è lasciata dietro una scia. Ci ha fatto un regalo.

In questo caso parliamo delle Perseidi?

Sì, il nome Perseidi – come quello delle Gemidi, Liridi e così via - nasce dalla costellazione da cui sembrano provenire per effetto prospettico. Ma si tratta solo di un effetto prospettico: non guardate la costellazione di Perseo cercando le perseidi. Possono essere dappertutto. Il mio consiglio è quello di guardare più cielo possibile, avere uno spazio il più aperto possibile e con meno luce possibile. Se il cielo è illuminato, una stella cadente debole non si riesce a vedere. Quest’anno la luna sarà oltre il primo quarto, quindi farà già lei un po’ di luce. Conviene aspettare che sia tramontata, o guardare quando non è ancora sorta.

Quali sono le condizioni ideali per guardare il cielo?

A occhio nudo, basta trovare un posto il più lontano possibile dalle luci. Ma lontano davvero. Direi in mezzo al mare (già, non solo in montagna…). Le luci diffuse danno fastidio. La luna diffonde luce, quindi disturba. Se si vuole guardare la luna, è un conto. Se si vuole guardare il cielo stellato, bisogna evitare la luna. Se si va con un binocolo, è inutile guardare le stelle: se ne vedono solo di più, ma sempre come puntini luminosi. Idem per i pianeti. Se si ha un binocolo, è meglio guardare la luna, ed è meglio guardarla quando è solo parzialmente illuminata, quando non è piena. Se si possiede un telescopio, valgono le stelle regole, e anche lì bisogna trovare un posto il più buio possibile, magari portando con sé una macchina fotografica. Alcuni oggetti appaiono nel telescopio come batuffoli luminosi, ma se scatti una foto riesci a distinguere una nebulosa, una galassia…

Come si svolgerà l’incontro del 10 agosto?

Ci sarà prima un mio intervento, durante il quale presenterò una scelta di racconti mitologici che riguardano il cielo. Ritorneremo al cielo come lo vedevano gli antichi, immaginandosi storie di eroi, guerrieri, principesse. Tutti i popoli hanno guardato le stelle, ma ognuno ci ha visto qualcosa di diverso. Racconterò anche qualche mito giapponese, qualcun altro dell’America del Nord… In qualche modo, ognuno ha provato a umanizzare gli elementi celesti: se identifichi un gruppo di stelle come “la principessa”, ti sarà più facile tornare a individuarlo. Altrimenti resterà solo un gruppo di puntini luminosi. Nella seconda parte della serata si osserverà il cielo con i telescopi dell’Unione Biellese Astrofili.

Il direttore scientifico del Planetario di Milano, Fabio Peri
Cos’è cambiato, rispetto all’antichità, nell’osservazione del cielo?

Be’, oggi sappiamo tantissimo di più. Sappiamo cosa sono le stelle, come funzionano, perché brillano, conosciamo la loro vita, quali sono i passaggi che la scandiscono, a quale distanza si trovano. Per gli antichi, le stelle erano posizionate sulla sfera celeste tutte alla stessa distanza, mancava una visione della profondità. Però c’è da dire che, se dal punto di vista scientifico oggi sappiamo molte più cose, da un altro punto di vista abbiamo fatto passi indietro, perché il cielo non lo guardiamo più. In mezzo a tante fonti di luce come vetrine, lampioni, insegne, non solo in città, ma anche in montagna, il cielo non ha più lo stesso fascino. Quando capita di poter andare in un posto davvero buio, lo stupore di guardare il cielo ci riporta a quattromila anni fa.

Quali sono, ancora oggi, i misteri irrisolti del nostro sistema solare?

Ci sono tante questioni irrisolte legate all’origine delle cose. E poi non abbiamo ancora niente, o quasi niente, sull’interno dei pianeti. La geologia planetaria è ancora in larghissima parte da studiare. Sulla loro superficie, bene o male, diverse cose le sappiamo. Abbiamo inviato sonde, scattato fotografie, in alcuni casi siamo scesi sulla superficie dei pianeti (pensiamo, per esempio, a Marte). Sappiamo poco anche sull’interno della nostra Terra… Se pensiamo poi a Urano e Nettuno, abbiamo foto che risalgono alle sonde Viking. Sono passati quarant’anni: forse è ora di avere delle foto migliori, dei dati migliori, rispetto a quelli che poteva fornire la tecnologia di quarant’anni fa. È chiaro che si tratta di operazioni costose e che gli obiettivi si scelgono in base a ciò che è prioritario. In questo momento sembra una priorità cercare tracce di vita su altri pianeti, per esempio. Ci sono dei luoghi che potrebbero ospitare o aver ospitato la vita, ma è anche possibile che questo non sia successo.

La vita è un “modello” replicabile altrove?

Non lo sappiamo, perché non sappiamo come nasce. Non conosciamo, cioè, il passaggio dalla materia inorganica a quella organica. Creare una cellula vivente partendo da materiale inorganico, per quel che ne so, non è ancora possibile (sebbene non si tratti del mio campo, ma di quello dei biologi). Se scoprissimo “come si fa”, allora potremmo stabilire con quale probabilità può essere accaduto nel resto del sistema solare. Con i miliardi di pianeti che ci sono, sicuramente da qualche altra parte la vita sarà riuscita a nascere, ma nessuno può dire quanto questo sia facile o difficile finché non scopriremo un’altra forma di vita.

Citando Enrico Fermi: allora dove sono tutti?

Rilancio con una domanda: quanto dura una civiltà perché possa fare un viaggio intergalattico? Per ora la nostra non ci è arrivata, magari non ci arriverà mai. Magari è impossibile rintracciarne altre perché, semplicemente, ci si estingue prima di essere in grado di percorrere queste distanze.

Torniamo all’incontro del 10 agosto. Di cosa parlerà al pubblico del Palasport di Bielmonte?

Innanzitutto, torneremo a guardare il cielo in un modo diverso: in senso figurato, con un tetto sopra la testa; scopriremo cos’ha visto l’uomo nel corso dei secoli e dei millenni, come ha descritto ciò che ha visto. Nulla di moderno, quindi. Niente materia oscura o buchi neri, ma storia delle popolazioni e di come queste hanno visto se stesse nel cielo. È questo che abbiamo fatto: per renderlo più vicino, abbiamo immaginato storie terrestri fra le stelle. È un modo di fare proprio il cielo, quindi di comprenderlo. Renderlo simile a noi perché non sembri più irraggiungibile.

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